Economia brasiliana

Un'economia non priva di contraddizioni e criticità ma che, tra il 2011 e il 2012, è pur sempre diventata la sesta nel mondo. Materie prime e prodotti agricoli restano il fulcro di un'economia che dovrà comunque aprirsi ancora di più per tornare ai frenetici ritmi di crescita degli scorsi anni

Una delle economie più interessanti quella brasiliana, sotto tutti i punti di vista; anche nelle contraddizioni e negli indicatori che restano in bilico tra considerazioni impregnate al più sfrenato ottimismo e tentazione ad un più sobrio ridimensionamento. Indubbiamente è incredibile quanto ha saputo fare il paese dopo una feroce dittatura militare che ha schiacciato il Brasile per 25 anni, l'arrivo di una Repubblica e gli anni d'oro della presidenza Lula. Comunque la si pensi, considerando quali e quante difficoltà ha dovuto incontrare il Brasile, i risultati restano quasi sorprendenti. L'economia brasiliana continua ad espandersi e il paese è entrato da qualche tempo in quel gruppo definito BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) con cui si è cominciato a indicare quelle economie definite emergenti. Ora, la domanda di molti osservatori ruota attorno alla vera capacità del Brasile di passare da emergente alla maturità di un'economia consolidata.

E non mancano i fattori che lasciano propendere per la seconda ipotesi, come la ricchezza di materie prime, una domanda interna che sta crescendo e una serie di provvedimenti che stanno cercando ancora di migliorare le condizioni economiche delle fasce più deboli. Ma, dal momento che ormai l'economia di un paese non può restare totalmente impermeabile alle difficoltà altrui, anche l'economia brasiliana ha risentito della crisi che ha investito l'Europa e gli Usa; seppure con gravità diverse. Abituati a numeri ben diversi, il fatto che il 2012 abbia fatto registrare un incremento di solo l'1% dell'economia brasiliana ha sorpreso molti. Cosa comprensibile se si pensa (come segnala la dottoressa Vacca, docente di scienze internazionali all'Università di Bologna) che tra il 2004 e il 2010 l'economia carioca è cresciuta del 4,5%. Però non si può dimenticare che, mentre altri paesi annaspavano, il Brasile nel 2011 è diventato la sesta economia mondiale. L'andamento economico del paese ha evidenziato una sua caratteristica ormai consolidata e cioè il suo ruolo di grande esportatore di minerali, caffè, soia e derivati del petrolio.

Tutto ciò non è casuale ma frutto di alcuni fattori quali una considerevole stabilità macroenomica e una mutata cultura imprenditoriale che ha visto aumentare l'apertura internazionale; anche quella di apertura verso gli investimenti. Quest'ultimo aspetto resta ancora troppo poco sviluppato, almeno rispetto agli altri paesi così detti emergenti. Secondo non pochi osservatori quella brasiliana resta un'economia ancora troppo chiusa. E questo aspetto deve essere rivisto se si vuole ridare slancio al successo commerciale brasiliano. Un'economia così complessa non può certo essere priva di contraddizioni che la stessa dottoressa Vacca sembra individuare in una eccessiva prudenza del sistema bancario, ad un eccessivo intervento statale e ad un modo discutibile di gestire lo sfruttamento petrolifero, troppo spostato verso il sostegno ad una compagnia in particolare.

Chi ha preso il posto di Lula alla guida del paese, la presidente Rousseff, è da molti accusata di avere dato un'impostazione forse troppo protezionistica all'economia brasiliana, facendo perdere al paese ben sette posizioni nel così detto "indice di competitività globale". Le prossime sfide, dunque, sono quelle per risalire in questa classifica come pure in quella dell'innovazione che oggi vede, in Sud America, il predominio del Cile. Ma il governo non è sordo a queste necessità e sta cercando (e ottenendo) una grande collaborazione con aziende private, per esempio, nel fondamentale settore delle infrastrutture. Ciò che deve essere tenuto in considerazione è che senza un'appetibilità di investimenti il paese non continuerà a crescere. Quindi seppure si sia ben lontani da parole come recessione ciò che è innegabile è che il Brasile deve cambiare qualcosa se non vuole restare il paese con il tasso di crescita più basso tra i paesi del BRICS.

Comunque, la sostanza di tutte queste analisi, è che l'economia brasiliana, seppure poco, continua comunque a crescere. A segnare particolarmente questa crescita è il miglioramento delle classi sociali più deboli: i numeri parlano di aumenti salariali di oltre il 33% tra il 2003 e il 2011 e la definizione di classe media che, oggi, può essere estesa a oltre il 53% della popolazione brasiliana. Ciò che deve essere riconosciuto al Brasile, senza tentennamenti, è il fatto di essere diventato una grande potenza economica dopo essere stato uno dei paesi più poveri al mondo.




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